Apprendimento, memoria, coscienza e trance

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Per apprendimento si intendono tutti quei processi capaci di permettere l’acquisizione di competenze che favoriscono l’adattamento del soggetto ad un determinato contesto ambientale. Secondo Hilgard il concetto di apprendimento si riferisce al cambiamento del comportamento di un soggetto di fronte ad una data situazione, per il fatto che quella situazione sia stata sperimentata ripetutamente; questo avviene sempre ammesso che il cambiamento del comportamento non possa essere spiegato con tendenze innate alla risposta, alla maturazione, o a stati temporanei del soggetto.

Per memoria si intende la capacità un organismo vivente di conservare tracce della propria esperienza passata e di servirsene per relazionarsi al mondo e agli eventi futuri. Negli ultimi anni all’interno della Psicologia Generale, molti autori hanno iniziato a considerare la memoria e l’apprendimento come due facce di uno stesso processo: come funzione dei fenomeni dell’adattamento dell’organismo al contesto ambientale. E, in questo senso, anche l’esperienza della trance, vista come stato di “funzionamento” adattivo per l’organismo, risulta essere una funzione sensibile al contesto in quanto legata alle dinamiche che in esso prendono forma. Autori come Erickson e Rossi[1] danno, attraverso la descrizione del loro lavoro clinico, una spiegazione molto convincente di questi fenomeni di memorie stato dipendenti o contesto dipendenti e di come si possano utilizzare con finalità terapeutiche. In altre parole, secondo le recenti teorizzazioni della Psicologia Sperimentale la memoria è una funzione della mente che ricostruisce e risintetizza il “ricordo” partendo dalla nostra esperienza interna. Questo sta a significare, per esempio, che la persona “depressa” genererà ricordi a sfondo depressivo e, di conseguenza, in maniera “tacita”, i suoi schemi di analisi della realtà essendo legati allo stato, avranno una connotazione interpretativa depressiva nei confronti della realtà, innescando un meccanismo circolare di autoconferma negativa e autoricorsiva[2] all’interno di una interpretazione “narrativa” di tipo depressivo della realtà (Guidano; 1988; 1992)[1].

È in questo tipo di ragionamenti che possiamo definire meglio la definizione-funzione della trance all’interno dei rapporti “curativi”. Seguendo i ragionamenti esposti in precedenza, possiamo considerare la trance come un evento capace di generare un funzionamento del soggetto meno rigido, vale a dire, meno legato al contesto o ai propri stati emotivi; non solo, ma all’interno di una relazione speciale le parti hanno un’influenza reciproca nel direzionare gli eventi in una dinamica fenomenica di tipo esplorativo per la ricerca di nuovi livelli di “funzionamento” adattivo. O come la definisce Giuseppe Ducci (2000)[1] riflettendo sui lavori del gruppo ungherese della Banyai:

“Una peculiare modificazione dello stato di coscienza che si sviluppo in un rapporto orientato ad uno scopo.”

Anche per la prospettiva evoluzionista che parla di sistemi motivazionali innati di attaccamento, accudimento, cooperazione, etc., la relazione “terapeutica” è un evento potente nella modificazione dello stato di coscienza, in quanto capace di riattivare quelle proprietà potenziali che portano all’evento “curativo”.

All’interno di quella che viene definita la “Nuova Ipnosi”, un autore come Loriedo definisce la trance come un evento avente una potenzialità curativa intrinseca, e questo a prescindere dalle tecniche terapeutiche specifiche ipotizzate per il peculiare disturbo portato in terapia. A questo proposito Loriedo, in un articolo dal titolo “L’induzione diretta come tecnica indiretta nella psicoterapia ipnotica” scrive:

“In questo lavoro si sostiene l’importanza e la validità della induzione e delle tecniche induttive, come veri propri interventi terapeutici, in quanto l’induzione può contribuire, a volte in forma determinante, all’evoluzione favorevole o sfavorevole della terapia. Essendo l’atto induttivo un atto puramente ipnotico, se non il più specifico degli atti ipnotici, questa presentazione intende proporre una rivalutazione dell’ipnosi come vera e propria terapia e non soltanto come preparazione di una terapia che verrà poi eseguita con altre modalità di intervento.”

Più avanti scrive:

“L’esperienza terapeutica dimostra anche che una efficace condotta induttiva porta a rilevanti risultati terapeutici, mentre un’induzione eseguita in forma inappropriata tende a stabilire una relazione terapeutica problematica e ottenere risultati insoddisfacenti.”

Ribadendo quanto detto in precedenza all’interno di questo lavoro, può risultare accettabile l’ipotesi operativa secondo la quale l’induzione ipnotica si pone sempre come un evento reciproco, sia che si usino tecniche di induzione dirette della vecchia ipnosi, sia quelle Eriksoniane della nuova ipnosi che si basano sui principi di utilizzazione come il pacing, il tailoring, l’utilizzazione della resistenza, etc.

Ed è in questa nuova prospettiva, che è possibile riconsiderare, anche da un punto di vista epistemologico, le dinamiche contestuali che si generano all’interno dei particolari rapporti interpersonali a sfondo “curativo”. In altre parole, in questo modo di “vedere” diverso e per qualche verso antico, il rapporto terapeutico si presenta ricco di nuove riflessioni e suggestioni per i soggetti impegnati all’interno delle relazioni di aiuto. Infatti, in questa nuova epistemologia operativa, si evidenzia come tra il soggetto e l’ipnotizzatore si generino delle dinamiche circolari che spostano il livello di analisi da due diverse prospettive di tipo cibernetico: una di primo ordine, in cui l’osservatore ha una posizione distaccata rispetto all’oggetto che osserva e non ne viene influenzato; una di secondo ordine, in cui l’osservatore, con il “suo essere nel mondo”, è parte integrante dell’evento osservato (Heinz von Foerster, 1986)[1]. E quindi, per concludere, ci possiamo affidare ancora alle riflessioni di Heinz von Foerster sulla possibilità di accettare il “principio di relatività”:

“Come nel sistema Eliocentrico, deve esistere un terzo che costituisca un punto di riferimento centrale. Questo terzo è la relazione tra l’Io e il Tu, e questa relazione è l’IDENTITA’:
Realtà = Comunità
Quali sono le conseguenze di tutto ciò per l’etica e l’estetica?
L’imperativo etico = Agisci sempre in modo da accrescere il numero delle possibilità di scelta.
L’imperativo estetico = Se desideri vedere, impara ad agire.”

[1]. Vedi bibliografia
[2]. O autopietica, secondo Maturana e Varela (1985)

Paolo Chellini

BIBLIOGRAFIA

  • Ducci, G. Casilli, C. (2002). La supervisione della nuova ipnosi. Milano: Franco Angeli
  • Erickson M.H. Rossi, E. L. (1985). L’esperienza dell’ipnosi. Roma: Astrolabio
  • Erickson M.H. Rossi, E. L. (1992). L’uomo di febbraio. Roma: Astrolabio
  • Foerster, von H., (1973). On Constructing a Reality. In Preiser, W. F. E., (a cura di), vol. 2, pp35-46; Tr. it. In Watzlawick, P. (1988), (a cura di), La realtà inventata, pp, 37-56. Milano: Feltrinelli.
  • Foester, von H. (1987). Sistemi che osservano. Roma: Astrolabio
  • Guidano, V. F. (1988). La Complessità del Sé. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Guidano, V. F. (1992). Il Sé nel suo divenire. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Loriedo, C. Santilli, W. (a cura di) (2000). La relazione terapeutica. Milano: Franco Angeli
  • Maturana, H. Varela, F. (1985), Autopoiesi e Cognizione. Venezia: Marsilio Editori.

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