Intervista a Gianmarco Troia sulla situazione del Neuromarketing in Italia

Strumenti di NeuroMarketing

 

PREMESSA
Un paio di settimane fa, ho avuto il piacere di conoscere a Milano Gianmarco Troia, ingegnere siciliano di 45 anni ormai trapiantato a Londra, che insieme a Agostino Buono, Pierluigi Chirco e 14 sviluppatori al lavoro nella “sua” Palermo, ha messo a punto una piattaforma di marketing neurale, questo progetto è stato denominato “Neuralya”.
Di Marco – così come mi ha chiesto di chiamarlo – mi ha colpito subito il suo approccio umano e professionale, la sua competenza unita ad un’umiltà che lo rende aperto al confronto e al dialogo. Mi sono sentito subito a mio agio, incuriosito e affascinato dal suo progetto, coinvolto e stimolato da argomenti di nostro comune interesse che d’altra parte sono alquanto “pionieristici” nel nostro paese.
Secondo la società di consulenza Gartner (multinazionale leader mondiale nella consulenza strategica, ricerca e analisi nel campo dell’Information Technology), Neuralya, che è parte del loro prestigioso Cool Vendor 2016 per le ricerche di mercato, è una delle 5 innovazioni da tenere d’occhio nel mondo delle ricerche di mercato.
Marco ci spiega così il progetto Neuralya, una serie di strumenti utili a rilevare le emozioni consce e inconsce (neurofisiologiche) di potenziali consumatori di fronte agli stimoli del marketing. I risultati sono dati scientifici che riguardano i comportamenti di acquisto utili per le aziende, ottenuti e elaborati tramite alcuni strumenti hardware e software.
Durante l’incontro con Marco diverse sono state le mie riflessioni e successivamente molte sono state le domande che avrei voluto porgli.
Peccato che un aereo per Londra lo stesse aspettando!
Tuttavia ho potuto poi approfittare della sua disponibilità telefonicamente, sottoponendogli alcuni dei miei quesiti a cui ha risposto e che qui sotto potrete leggere.
Ringrazio Marco per la collaborazione, la gentilezza ma soprattutto per la pazienza 🙂
Di seguito la prima parte dell’intervista fatta:

NeuroMarketing

Stefano – Sul mercato Italiano c’è chiarezza su cosa sia il NeuroMarketing, le sue potenzialità e i suoi limiti?

Marco – L’applicazione di principi di Neuroscienze al Marketing non è una tecnica nuova, ma nuove sono le possibilità offerte dalle più recenti tecnologie che permettono la collezione di dati biometrici per determinare le reazioni fisiologiche a determinati stimoli. È naturale che il potenziale di questo mercato sarà notevole, a patto che, come in tutti i processi di crescita, si proceda alla progressiva selezione dei player affidabili e qualificati. Sul mercato italiano, purtroppo, si assiste ad una banalizzazione ed eccessiva semplificazione del messaggio, promettendo al cliente cose talora irrealizzabili o rilevazioni scientificamente poco significative. Questo credo che sia il rischio più grosso che si sta correndo sul mercato italiano. Non possiamo dimenticarci che stiamo “interpretando” dei segnali biometrici e che le reazioni emotive non sono solo fisiologia, ma anche un mix di cultura, esperienza, background… Dimenticare questi limiti e promettere di poter ottenere una completa conoscenza dei comportamenti del cliente ex ante, ignorare ad esempio la sfera comportamentale o linguistico-cognitiva, non giova alla credibilità delle tecniche.

S. – Secondo lei il nostro paese è già pronto per il Neuromarketing?

M. – Il nostro paese (almeno alcune aree) non è distante dal livello di preparazione di altri stati. Ad es. quello che abbiamo trovato presso un nostro cliente a Milano, era esattamente quello che stava facendo la corrispondente consociata tedesca. Il problema è che aziende anglosassoni o del nord Europa si stanno attrezzando con esperti di Neuromarketing al loro interno, i quali possono fare da interfaccia critica e analizzare i dati rilevati insieme al fornitore. Ciò implica che la credibilità e la rilevanza scientifica della rilevazione sono un valore. In Italia, non ho ancora trovato realtà del genere. Molte agenzie di comunicazione si interessano a queste tecniche, ma senza un’adeguata preparazione alle spalle.

S. – Dalla sua esperienza, dal punto di vista dell’innovazione applicata alla strategia aziendale e alla comunicazione, nota differenze rilevanti fra le aziende italiane e quelle estere?

M. – In tutti i contesti aziendali, l’innovazione è un processo complesso e pervasivo. Bisogna credere veramente nell’innovazione per introdurla nei processi aziendali (soprattutto se chiave), a maggior ragione nella comunicazione. Purtroppo, nel contesto italiano si sta parlando moltissimo di innovazione, ma in maniera autoreferenziante. Spesso le grandi aziende (che potrebbero essere il motore di processi innovativi) non dedicano le risorse necessarie all’innovazione e fanno solo operazioni di marketing. In sostanza, non basta mettere qualche migliaio di Euro in una start-up per fare innovazione. Se si crede nella soluzione innovativa, bisogna farla propria, applicarla ai processi interni, essere pionieri e allocare le migliori risorse. Ecco, forse è questo che manca ancora nelle aziende italiane.

Stefano Migliorati

 

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