Le voci in codice

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Va tutto bene.” o “Va tutto bene?”.

Trovate le differenze. Con un colpo d’occhio chiunque saprà distinguere un punto da un punto interrogativo. Questo grazie ad un segnale visivo composto da onde elettromagnetiche, nonché fotoni, quanti di energia, emessi da sorgenti luminose utili alla retroilluminazione del nostro dispositivo digitale o, semplicemente, riflessi dalla superficie su cui leggiamo. Sarà la frequenza con la quale oscillano le particelle, ad esempio, a portare informazione sul colore delle lettere e dello sfondo; l’occhio umano è in grado di elaborare segnali elettromagnetici di frequenze comprese tra 400 (rosso) e 789 THz (violetto). In altre parole, uno dei tanti fotoni che impressionano la nostra retina, contribuendo a formare un’immagine visibile, vibra qualche bilione (ovvero oltre “mille miliardi”) di volte al secondo. Bene: ma cosa cambia se la frase non fosse scritta, visibile, ma pronunciata e ricevuta tramite il canale uditivo?

In questo caso non sarebbe più un’onda elettromagnetica a trasportare il significante “?”, bensì un‘onda meccanica, nello specifico sonora, data dall’oscillazione di particelle formanti il mezzo materiale attraverso cui l’onda si propaga. Anche in questo caso la frequenza gioca un ruolo fondamentale, in quanto il senso – interrogativo o meno – della frase suddetta emerge dall’intonazione con cui essa viene pronunciata, intonazione riscontrabile attraverso le frequenze contenute nelle onde sonore che, ad esempio, colpiscono il timpano. Ecco, in questo caso, il tono interrogativo sarebbe contrassegnato dall’acutizzarsi tipico della voce (rilevabile per l’aumento di frequenza) in prossimità del significante “?”.

Riassumendo, attraverso la vista, il cervello interpreta il concetto di frequenza col nome di “colore”; attraverso l’udito, col nome di “tono”. L’essenza tuttavia è identica, una vibrazione, a riprova dell’esistenza di una stessa chiave, valida per più porte diverse, ed in grado di condurre a distinti panorami sensoriali. È dunque una differente interpretazione di un segnale a contraddistinguere un colore da un tono di voce, un punto da un punto interrogativo; sino a giungere a discriminare la normalità da un fatto straordinario e – persino – una verità da una menzogna.

Quando è un organo di senso il ricevitore del segnale l’interpretazione di quest’ultimo è univocamente determinata. L’orecchio leggerà sempre un insieme di frequenze come uno specifico tono; l’occhio come uno specifico colore. Ma cosa succede quando occorre una lettura globale di una sorgente che emette più segnali destinati a ricevitori sensoriali diversi? Questo è il caso, per esempio, della comunicazione tra esseri umani. Qui ogni dettaglio, dalla voce ai movimenti degli arti, dalle espressioni facciali alla dilatazione delle pupille, costituisce un segnale, interpretato prima singolarmente, poi globalmente, in relazione agli altri segnali. È proprio quest’ultima fase la più delicata, quella in cui si commettono più errori di valutazione, ed in cui un’unica verità si scinde in più verità diversamente probabili.

Un caso “scuola”

È il 9 Agosto 1974 quando l’allora presidente USA, Richard Nixon, dopo aver riconosciuto le proprie responsabilità, si dimette in conseguenza dello scandalo Watergate. In breve, la storia.

Il presidente, figura di maggior spicco del partito repubblicano, ordina segretamente di piazzare cimici e rubare documentazione dalla sede del quartier generale del candidato democratico George Mc Govern, allocato in un edificio denominato appunto Watergate. Successivamente, tenta di insabbiare le indagini. Le accuse coinvolgeranno un grande numero di personaggi correlati a Nixon, tra cui John Dean, avvocato e consigliere alla Casa Bianca tra il ’71 e la primavera del ’73. Definito come il “maestro della manipolazione” dall’FBI, Dean decide di riconoscersi colpevole per un singolo capo d’accusa e collabora alle indagini come teste decisivo. “Era chiaramente una figura chiave nell’insabbiamento… – affermò il giudice distrettuale John Sirica – Aveva molto da perdere… Mi sembrò che in quel momento Dean fosse più interessato a proteggere se stesso coinvolgendo nello scandalo il presidente (che, da parte sua, all’inizio negò di essere a conoscenza delle iniziative illegali prese da uomini del suo partito, ndr.), piuttosto che a dire la verità”. Ciò che colpì maggiormente il giudice, tuttavia, fu che Dean “non appariva in nessun modo turbato. Il suo tono di voce piatto e distaccato lo rendevano credibile”.

Nelle sue memorie, pubblicate 5 anni dopo, Nixon descrisse la testimonianza di Dean come “un’astuta miscela di verità e menzogna, di possibili fraintesi e di intenzionali distorsioni. Nello sforzo svolto per mitigare le responsabilità del suo ruolo egli riuscì a seppellire l’angoscia proveniente dall’essere a totale conoscenza dell’insabbiamento sotto le parole e le azioni degli altri”. Successivamente, Dean racconterà la difficoltà nel reprimere le proprie emozioni durante gli interrogatori ed il processo: “Stavo lottando per mantenere il controllo… Non puoi mostrare emozioni, mi dissi. La stampa sfrutterebbe questo come un segno di debolezza”.

Oggi si conosce la verità riguardo ai fatti del Watergate e si sa che la testimonianza di Dean fu veritiera, mentre Nixon mentì ripetutamente; eppure, rimarrà emblematico questo “tono di voce piatto e distaccato”. Al tempo, in molti pensarono che quest’ultimo fosse senza dubbio sinonimo di verità, un’interpretazione figlia di un luogo comune: quando si mente, ad emergere automaticamente sono le emozioni intense.

Paul Ekman, psicologo statunitense, pioniere nel campo delle micro-espressioni facciali, chiama questa errata lettura “Othello error”. Secondo lui, cioè, una persona che dice la verità ha spesso timore che non le si creda, ed è dunque possibile che assuma un tono di voce caratterizzato da frequenze peculiari della paura o dell’angoscia, emozioni rilevabili anche in un soggetto colpevole. Ekman sottolinea poi un’altra imprecisione interpretativa sulle deposizioni di Dean, il cosiddetto “Brokaw hazard”: colui che indaga è soggetto ad errori che scaturiscono dalla non conoscenza del comportamento emotivo tipico dell’indagato. Nel caso discusso, infatti, solo gli amici o la moglie dell’avvocato avrebbero potuto sapere, con alto grado di affidabilità, se quel suo tono piatto gli appartenesse realmente.

In ultima analisi, Ekman riconosce in John Dean un performer particolarmente abile, mentre ad un ipotetico analista ricorda il metodo: trascrivere i dati in un campo formalizzato con parametri reali ed ideali, poi capire in che modo interrogarli e, infine, discriminarne i significati nell’ambito del probabile. Una prassi, dunque, in grado di approcciare anche quesiti del tipo: l’indagato ha premeditato una menzogna, o l’ha partorita pochi istanti prima di pronunciarla?

Niccolò Cirone

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