Nativi digitali e Immigrati digitali - Articolo di Jessica Guidi

Nativi digitali e Immigrati digitali

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7° articolo per la nostra rubrica dal titolo “Dipendenza da smartphone. Il paradosso della solitudine”, curata da Jessica Guidi

Nativi digitali e Immigrati digitali

In Net Generation, libro scritto da Don Tapscott, professore dell’Università di Toronto, viene descritta le nuove generazioni di Cybernauti, i Nativi Digitali e le loro vite nella cornice sociale trasformata da Internet.

Il termine Nativi Digitali, in inglese Digital Native, è stato coniato dallo scrittore statunitense Marc Prensky nell’articolo “Digital Natives, Digital Immigrants” del 2001, dove comparve per la prima volta. Il termine Nativi Digitali identifica coloro che fin dalla nascita hanno vissuto a contatto con i mezzi di comunicazione digitali e le svariate tecnologie che abbiamo visto emergere negli ultimi anni, ad esempio i social networks, blog, ma anche tablet, smartphone e computer.

La familiarità dei bambini con una tale varietà di “dispositivi interattivi”, ha plasmato il loro modo di apprendere, di conoscere e di comunicare.

All’interno dello studio Prensky attribuisce l’appellativo Nativi Digitale ai ragazzi nati dopo il 1985, data della diffusione di massa dei computer use friendly.

Le persone che sono nate prima di questa data vengono invece denominate con il termine “immigrati digitali” poiché si sono approcciate al “linguaggio digitale” in una fase di vita successiva.

Prensky definisce inoltre questa generazione digitale potenziata “Homo Sapiens Digital” poiché la potenzialità che offre la tecnologia all’esperienza umana si è evoluta; egli usa la tecnologia per migliorare le capacità dell’uomo potenziandole.

La tecnologia quindi ci permette di arricchire le nostre capacità cognitive, migliorare la memoria attraverso gli strumenti di archiviazione, acquisizione e restituzione dei dati, proprio per questo motivo la tecnologia digitale può aiutare in maniera determinante fornendo database e algoritmi capaci di immagazzinare e analizzare grandi quantità di dati in modo molto più accurato di quanto possa fare il cervello umano.
(Prensky,2001)

La differenza tra nativi ed immigrati digitali sta anche nel fatto che i nati nella Net Generation non hanno alle spalle un passato “analogico”, ma nascono immersi in quest’era digitale.

Un adulto che comincia ad utilizzare i media digitali dispone di un’esperienza sufficiente nella ricerca, nella memorizzazione e nella gestione delle informazioni, perché ha alle spalle un passato «analogico».

Un bambino che non ha ancora sviluppato la corteccia prefrontale, il cui compito è di guidare il comportamento previsionale, la pianificazione di schemi di azione nel tempo, la capacità di relazione con il mondo esterno, e che si interfaccia molto presto ai media, crea le sue capacità cognitive di base sul modello digitale, con tutte le conseguenze osservate dagli studi:

IMMIGRATI  DIGITALI NATIVI DIGITALI
● Informazioni lente ● Informazioni veloci
● Singletaskers ● Multitaskers
● ricerca logica, sequenziale ● ricerca casuale, Hypertest
● controllo delle fonti ● scarso controllo delle fonti
● lavoro “on my own” ● lavoro in Network
● ricerca “just in case” ● ricerca “just in time”
● Disponibilità a investire per dopo ● Soddisfazione immediata
● lavoro in profondità ● lavoro in superficie
● dimestichezza testo analogico ● dimestichezza testo digitale
● elaborazione personale ● elaborazione “copy & paste”
● connessione temporanea ● connessione continua
● dispositivi non sincronizzati ● dispositivi sempre sincronizzati
● memorizzazione dei contenuti ● memorizzazione delle allocazioni
● utilizzo per scopi enciclopedici ● utilizzo per scopi ludici o pratici
● modello “knowledge in hand” ● modello “knowledge at hand”

Tab.: Descrive in modo schematico i differenti approcci cognitivi dei nativi digitali e degli immigrati digitali

Marralli afferma «siamo passati da una cultura psicoanalitica a una cultura di tipo informatico, che annulla, o minimizza, le emozioni vere. Nella società moderna l’80% delle informazioni è ricevuta attraverso la visione, con velocità ed intensità tali per cui il bambino può non riuscire ad assimilare quello che “vede”, finendo per confondere la realtà con il virtuale. […]. Navigare in Internet porta il bambino in un mondo virtuale, ove è difficile fare esperienze reali, […] che possono orientare il bambino a ricercare sempre e comunque situazioni di forte emotività, avulse quasi sempre dalla realtà quotidiana. Il bambino finisce per diventare un estraneo nella famiglia e nella società» (Marralli, 2007, 65s).

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