Neurodemocrazia e libero arbitrio nel dibattito politico

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La letterature riguardante il neuromarketing applicato alla politica si è arricchita negli ultimi anni di testi sempre più dettagliati e studi più innovativi. Come per quasi tutte le innovazioni in questo campo, la partita si svolge negli Stati Uniti, dove le neuroscienze e le scienze cognitive applicate alla politica hanno acquistato in questi anni una rilevanza crescente nel dibattito pubblico. Oggi, a rilanciare la discussione anche in Italia, ci pensano alcuni nuovi libri, a distanza di qualche anno dal successo del volume di George Lakoff Non pensare all’elefante (Fusi orari, 2006), che sottolineava l’importanza per la conquista del consenso di un linguaggio capace di ridefinire l’immaginario e l’agenda politica.

E se il libero arbitrio non valesse nel voto? Se le nostre preferenze elettorali fossero davvero scritte nel DNA, secoli di dibattiti sulla democrazia verrebbero buttati alle ortiche, e l’intera teoria della scelta razionale in politica finirebbe in soffitta.

La politica è soprattutto una questione di racconto

Recenti studi hanno cercato di stabilire l’esistenza di correlazioni tra i comportamenti elettorali, quindi la predisposizione verso una certa parte politica, e tutta una serie di fattori biologici e neuronali. L’University College of London nel 2011 ha cercato di dimostrare, studiando amigdala e corteccia cerebrale, che la paura fa andare i cittadini-elettori a destra, mentre l’Università del South Carolina, un anno dopo, ha tentato di certificare via neuroni specchio il fatto che progressisti e conservatori sviluppano i legami sociali in maniera diversa. Legami più estesi e leggeri i primi, più ristretti e duraturi i secondi.

Se quindi il neuromarketing ed i Big Data sono entrati nel campaigning delle presidenziali americane, non deve sorprendere che David Cameron, subito dopo la vittoria del 2010 nel Regno Unito, ha ingaggiato proprio alcuni neuroscienziati tra i suoi consiglieri.

Drew Westen infatti non ha dubbi, affermando da sempre democratici e progressisti parlano alla parte sbagliata del cervello. Mentre repubblicani e conservatori sanno, fin dai tempi di Nixon, che la politica è soprattutto una questione di racconto.

L’idea della mente dell’elettore che decide come un freddo calcolatore, scegliendo sulla base di dati razionali, non coincide con il modo in cui lavora davvero il cervello. In politica, quando ragione ed emozione si scontrano, immancabilmente è l’emozione a uscirne vittoriosa. Per questo le elezioni vengono decise parlando di valori, immagini, analogie, convinzioni morali e performance retoriche, dove alla logica è riservato solo un ruolo secondario. Non si eleggono i leader in base alla valutazione razionale ma facendo leva sulle emozioni che sono in grado di evocare.

Nel prossimo articolo, partendo da queste considerazioni, un’analisi sull’ascenda di Donald Trump al ruolo di Candidato del Partito Repubblicano alle elezioni presidenziali Americane del 2016.

 

Andrea Paci

Fonte La Stampa

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