Oltre Platone. Il Problema del TERZO UOMO: Regressus in Infinitum e il Paradosso della Ragione (sesta parte) di Nicola Carboni (in allegato) uno degli argomenti più famosi di tutta la storia della filosofia.

Il Problema del TERZO UOMO: Regressus in Infinitum e il Paradosso della Ragione (sesta parte)

 

Il problema del terzo uomo: regressus in infinitum e il paradosso della ragione (sesta parte)

Vedi le altre parti dell’articolo di Nicola Carboni  “Il problema del terzo uomo: regressus in infinitum e il paradosso della ragione”

Oltre Platone

Il problema del terzo uomo non ha legittimità de jure all’interno del pensiero platonico in quanto si fonda sul non riconoscimento dell’assunto fondamentale della natura ontologica delle Idee. Resta da chiederci se vi sia però una legittimità de facto per la quale la problematica affrontata rappresenti una vera e propria antinomia della ragione. Questo significa ovviamente spingerci oltre Platone.

Per prima cosa bisogna sottolineare come un discorso ontologico che riguardi le Idee può essere svolto solamente entro una razionalità sostanziale, il λογος; un tipo di razionalità che si identifica con un ordine, κοσμος (Kosmos) finito e onnicomprensivo di una totalità strutturata in una gerarchia di valori e concetti.

Un tipo di razionalità sottostante agli eventi di cui si ragiona e di cui ogni ente ne è interprete e custode, coincide con la possibilità di un discorso coerente perché può rispecchiare nel proprio ordine, il Kosmos ciò per cui, in quanto realtà onnicomprensiva, tutto ciò che è, è in esso incluso e, tutto ciò che è, in esso, può trovare un luogo che sia la sua ragion d’essere. La legalità di un ordine siffatto riguarda l’essenza stessa delle cose della quale l’uomo, attraverso la sua ragione, può discorrere. La funzione principale del λογος è αποφαινεθαι, un lasciar vedere mostrando quell’ordine nel quale ineludibilmente è. Solo in un ordine ontologico è possibile parlare dell’ente in quanto ente poiché esiste una struttura razionale che sussiste (sub-siste) e nella quale ogni tipo di esperienza è già inserita.

Come abbiamo visto in precedenza, le Idee corrispondono a un ordine assiologico, ontologico e logico, capace di penetrare l’essenza stesse delle cose strutturando rigorose gerarchie di concetti che hanno il fine di riprodurre la trama stessa della realtà. La dottrina delle Idee è una ontologia che si configura come discorso sull’ente nei modi in cui esso è e nei modi in cui, in esso, si manifesta una legalità immanente all’ente stesso. Tutto ciò è possibile solamente entro un ordine, un universo finito, strutturato e onnicomprensivo.

Questo però non è il concetto di ragione dell’uomo moderno, una ragione nata dalla rivoluzione astronomica e scientifica del XVI secolo e dalla disgregazione di quella razionalità che sul κοσμος e sul λογος si fondava. Ad un sistema infinito di infiniti ordinamenti possibili è necessaria una ragione che tende a esplicitarsi nell’esercizio di determinate procedure.

Stiamo parlando di una ragione procedurale, la ratio, che si configura come scoperta della struttura relazionale che lega gli eventi nel mondo e che hanno in essa e in virtù di essa, la condizione necessaria e sufficiente della loro intelligibilità. Una ragione siffatta non guarda all’ente in virtù della sua connotazione ontologica, del suo “essere proprio” che lo fa essere ciò che è e a partire dal quale può entrare in relazione, ma alla cosa come fenomeno, un evento in cui si rendono manifeste le condizioni del suo prodursi e che è in virtù della presenza dei rapporti a cui appartiene. Caso paradigmatico è la legge fisica che descrive, in termini quantitativi, l’universalità dei rapporti fra fenomeni che essa sussume. Mentre il λογος era una ragione custodita nelle cose, la ratio è una ragione a cui le cose appartengono.

Quali sono le conseguenze per il problema del terzo uomo se interpretato alla luce della ratio, il nostro tipo di ragione nella quale viene meno quel tipo di ontologia per il quale, de jure, l’argomento stesso si mostrava euristicamente debole?

Qualora venisse meno la differenza ontologica fra Idee e particolari e, considerata inammissibile la stessa natura ontologica delle Forme, si riproporrebbe l’illimitata pluralità paventata da Parmenide. De facto, se analizzato alla luce della ragione procedurale, il terzo uomo è un problema aperto che evidenzia i limiti e le antinomie della stessa ratio.

Questo significa analizzare l’Idea solamente dal punto di vista logico all’interno della semantica degli enunciati quando si formula una proposizione di natura predicativa in cui, a un soggetto individuale, si attribuisce un predicato universale. Nel momento in cui, come Aristotele, si rifiuta l’ekthesis, appare evidente come il τὁ ἔν έπί πολλὠν (l’uno sopra i molti) da assiologico si trasformi in co-estensivo, a livello linguistico, fra proprietà che si predicano nelle cose e universali.

Nicola Carboni

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