Il paradosso della ragione

Il problema del terzo uomo: regressus in infinitum e il paradosso della ragione (seconda parte)

 

Il problema del terzo uomo: regressus in infinitum e il paradosso della ragione (seconda parte)

Vedi le altre parti dell’articolo di Nicola Carboni  “Il problema del terzo uomo: regressus in infinitum e il paradosso della ragione”

Il problema dell’estensione del mondo eidetico

La questione verte su quali tipologie di realtà ammettono un corrispettivo ideale. Precedentemente è stato introdotto il principio secondo il quale, dato un gruppo di cose empiriche aventi la proprietà p, ne consegue che esiste una Idea, una Forma P in sé e per sé, meccanismo che è possibile denominare τὁ ἔν έπί πολλὠν, l’uno sopra i molti. L’ipostatizzazione di un carattere comune presente in più particolari che induce ad una entificazione dell’universale è un procedimento noto, adottando una terminologia aristotelica, come εκθεσις (ekthesis); questo sembrerebbe implicare una coestensione fra termini universali ed universo eidetico. Da un punto di vista semantico l’Idea rappresenta, da un lato, il principio di astrazione in base al quale, per ogni insieme di enti dotati di una proprietà comune, viene postulata l’esistenza di una forma che corrisponde a quella proprietà, dall’altro, il principio di predicazione ovvero l’attribuibilità di un determinato predicato ad un soggetto. L’elemento unificante che permette di sussumere i “molti” sotto una stessa determinazione, è l’attribuzione di ονομα, un nome comune. Iniziare qualsivoglia indagine, scrive Platone nella Repubblica, significa porre una sola e medesima Idea περί εκαστα τά πολλά, sopra molti oggetti particolari a cui diamo ταὺτὸν ὄνομα, lo stesso nome [Resp. 10. 596a5-8] la cui presenza però è una condizione necessaria ma non sufficiente per poter asserire che di un dato insieme di enti che si predicano di una stessa proprietà, esista una Idea o Forma a tale proprietà corrispondente. La condivisione di uno stesso nome è sicuramente segno della presenza di una Idea, ma non si può affermare con altrettanta certezza che un dato insieme di elementi p dia origine alla Forma P. L’attribuzione di uno stesso nome che sia espressione linguistica dell’entificazione di un universale, deve essere assunta con alcune restrizioni. Per ὄνομα bisogna intendere quei nomi che possono assumere una valenza assiologica in grado di cogliere un ordine classificatorio della realtà che si esprima nel e attraverso il λογος, un discorso che rispecchia e mostra tale ordine. L’uso del τὁ ἔν έπί πολλὠν deve garantire alla realtà e al pensiero l’esistenza di una struttura eidetica che sia principio di ordine e di valore. Per mezzo delle Idee, il λογος diventa dialettica che, attraverso il procedimento sinottico (dai molti all’uno) e il procedimento diairetico, (dall’uno ai molti) in un ordine assiologico che ricalca la struttura genere-specie, è capace di penetrare l’essenza delle cose, fermandola in gerarchie rigorose di concetti che riproducono la trama stessa della realtà.

Tenendo conto della natura classificatoria del cosmo eidetico, possiamo circoscrivere l’esistenza delle Idee a tre macrocategorie:
  1. quelle di carattere logico-relazionale (il Simile, il Dissimile, l’Uguale, il Diverso)
  2. quelle di carattere numerico-relazionale (l’Uno, Il Molteplice)
  3. quelle di carattere valoriale (il Buono, il Bello, il Giusto, il Santo etc.)

  Il problema dell’estensione deve essere affrontato da un punto di vista ontologico ed epistemologico; questo implica inevitabilmente una selettività del mondo eidetico. Ammettere l’omniestensività significa, al pari di Aristotele, rifiutare l’εκθεσις, l’entificazione dell’universale, negando, di fatto, la natura ontologica delle Forme relegandole a una dimensione meramente logico-semantica nella forma della predicazione entro gli enunciati.

Nicola Carboni

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