Il problema del terzo uomo: regressus in infinitum e il paradosso della ragione (prima parte)

Il problema del terzo uomo: regressus in infinitum e il paradosso della ragione (prima parte)

 

Il problema del terzo uomo: regressus in infinitum e il paradosso della ragione (prima parte)

Premessa

Il “problema del terzo uomo” è probabilmente uno degli argomenti più famosi di tutta la storia della filosofia. Compare per la prima volta nelle pagine del Parmenide di Platone. Il nome è dovuto alla rielaborazione di Aristotele nel primo libro della Metafisica, dove, esponendo le aporie del platonismo, afferma che, postulare l’esistenza delle Idee, comporta inevitabilmente «la difficoltà del terzo uomo» [Metaph. 990 b, 17], un regressus in infinitum che, come vedremo, va a toccare i limiti stessi della ragione umana.

Per esporre una problematica di siffatta grandezza e importanza, è bene procedere per gradi per addentrarci, passo dopo passo, nel pensiero platonico.
La prima domanda che urge risposta è: cosa si deve intendere per “Idea”?

La teoria delle Idee

Siano dati tre enti [a], [b], [c] che possiedono una certa proprietà “p”, ovvero partecipano di essa. Si può asserire pertanto che a è p, b è p, c è p. Se queste condizioni sono soddisfatte allora esiste una la proprietà P in virtù della quale i dati enti possiedono p. Cosa significa questo più concretamente?

Prendiamo come modello esplicativo l‘Idea di Bellezza trattata nell’Ippia Maggiore, uno dei dialoghi meno conosciuti della produzione letteraria platonica.

Circa le cose che troviamo nel mondo, di molte è possibile affermare che siano “belle”, ma cosa è la Bellezza, tale per cui le cose belle sono definite belle?

Platone definisce il “bello in sé” αυτὀ τὸ καλόν ciò per cui tutte le altre cose φαίνεται, appaiono belle «qualora si aggiunga quell’idea, sia una ragazza o una cavalla o una lira» [Ippia Magg. 289d 3-4].

L’ente che partecipa della Bellezza, appare bello, φαίνεται, si presenta alla luce φως della Bellezza; si mostra nella sua natura di φαινόμενον, fenomeno: ciò che si manifesta nell’atto del manifestarsi per lo sguardo di chi, con la vista, si rapporta all’ente che, dotato di bellezza, appare. L’ente appare bello, non “è” bello, sottolinea Platone. Gli enti appaiono in virtù di qualcosa, pertanto il loro essere non è in sé, ma è in rapporto all’Idea della quale partecipano. Dal punto di vista platonico sarebbe improprio anche affermare che le cose empiriche siano, poiché la loro dimensione ontologica è il divenire, la via di mezzo fra l’essere e non-essere.

Solo dell’Idea, o Forma (Eidos) in quanto αύτό καθ’ αύτό, in sé e per sé [Parm, 128e5-6], è possibile dire propriamente che è. L’Ιδέα è ciò che si dà e che c’è per e nell’ίδείν, un vedere con la mente che diventa νοείν, apprendere tramite νους (la ragione) rivolto verso il “che cosa”, l’essere in sé e per sé.

Fra Idee e partecipanti (gli enti) intercorre una differenza di tipo ontologico alla quale corrisponde una differenza di tipo epistemologico. Ai vari gradi di essere corrispondono gradi di conoscibilità. Gli enti che divengono e partecipano delle Idee, gnoseologicamente oggetti di una apprensione immediata e passiva, sono conoscibili attraverso αίσθησίς, l’intuizione sensibile, ed epistemologicamente oggetti di δόζα, opinione, mutevole come mutevoli sono gli enti cui essa si riferisce.

Le Idee, in quanto massimamente essenti sono massimamente conoscibili, gnoseologicamente oggetto di riflessione razionale, sulle quali è possibile costruire έπιστήμη, un sapere certo.

Data la definizione di cosa siano le Idee, nascono due difficoltà di ordine diverso la cui risposta diventa cogente per addentrarci di un altro gradino entro il pensiero di Platone.

La prima è il problema della estensione del mondo eidetico, la seconda è il problema della partecipazione che riguarda il rapporto fra Idee ed enti.

Nicola Carboni

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