La neurocomunicazione ha fatto vincere Trump

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La neurocomunicazione in politica è utilizzata da anni negli Stati Uniti. Si è infatti compreso che l’attivazionedi frame, schemi mentali definiti, e la giusta comunicazione, possono influenzare l’elettorato.

Lo sa bene Donald Trump.

Donald J. Trump, costruttore di New York, ha tenuto il 21 luglio a Cleveland uno dei suoi comizi. In un tripudio di palloncini bianchi rossi e blu, i delegati del venerabile Grand Old Party, lo hanno nominato candidato alla Casa Bianca contro la democratica Hillary Clinton. Chiuso nel suo ranch di Crawford, in Texas, George W. Bush, che ha disertato inorridito, con la convinzione di essere stato lui l’ultimo presidente repubblicano.  Bush ha ragione, è stato lui, 2000-2008, l’ultimo presidente repubblicano per come abbiamo studiato a scuola la tradizione del partito, Wasp, bianco, anglosassone, protestante, attento a ceto medio e Wall Street.

Donald Trump non ha distrutto da solo questo nobile albero genealogico, non ne ha né la forza, né la cultura né il blocco sociale adeguato, ha solo intuito lo spirito del tempo ed ha adeguato il suo stile comunicativo per influenzare maggiormente gli elettori.

Come affermato da Lakoff in una recente intervista infatti, il successo di Trump non un mistero. La sua popolarità nasce dall’applicazione di un metodo di comunicazione che sta condizionando il dibattito politico con profondi effetti sulle scelte degli elettori. Donald Trump con le continue provocazioni e le iperboli, può calamitare l’attenzione dei media lasciando in penombra gli avversari.

Ci sono parole, frasi, metafore che, più di altre, attirano l’attenzione della mente suscitando reazioni positive o negative e che, per questo, lasciano il segno in chi le ascolta

Trump invoca protezionismo, dazi, fine emigrazione, muri con il Messico, quando in realtà più messicani tornano a casa di quanti non ne arrivino negli Usa. Si parla di guerra ai musulmani ma nessuno ragiona di Cina, Russia, Isis, Brexit, Europa, tecnologia, inquinamento, epidemie, insomma di realtà. Il Circo Trump lascia perplessi gli stessi delegati, mai vista una Convention così silenziosa e diffidente.

I termini che più si usano, nel caso dell’immigrazione, sono quelli di invasione e di onda che, come affermato da Lakoff, sono delle immagini, delle metafore che spostano, anzi rovesciano i termini del problema. Perché le vittime non sono più i migranti che fuggono da situazioni oggettive di pericolo e difficoltà, ma gli europei che vengono invasi e travolti da ondate migratorie che portano alla costruzione di muri e barriere. Il risultato è che un problema enorme che andrebbe gestito con intelligenza e razionalità, viene valutato con atteggiamenti privi di senso dettati da paura e irrazionalità.
Nei discorsi di molti politici l’uso delle metafore non è casuale, ma voluto e cercato. I primi a capirlo sono stati i Repubblicani che ne hanno quasi fatto una scienza, piegandola ai loro interessi. Parole ed espressioni che i Repubblicani dovrebbero usare per vincere le elezioni attivando schemi mentali. Le parole che vengono usate non fanno altro che attivare frame, schemi esistenti presenti nella mente dell’uomo.

Se difende con convinzione i suoi valori, conclude Lakoff, Trump può riuscire a mantenere non solo i suoi elettori ma anche a conquistare una parte importante degli indecisi.

Andrea Paci

Fonte Tempofertile

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