Alle radici dell’”effetto Pigmalione”: il dramma di Ovidio – a cura di Stefano Migliorati

Alle radici dell’”effetto Pigmalione”: il dramma di Ovidio

 

Alle radici dell’”effetto Pigmalione”: il dramma di Ovidio”

Il racconto di Ovidio, dell’artista innamorato della propria creazione, ha influenzato l’arte, la letteratura occidentale e le scienze umane, come vedremo in seguito. Sin dall’antichità, la letteratura patriarcale ha prodotto innumerevoli ricostruzioni della storia dell’amore di Pigmalione per la sua statua. Pertanto, sarà necessario dare uno sguardo più da vicino al mito originale di Ovidio, che fu la fonte di tutte le future versioni di Pigmalione. La storia fa parte del decimo libro delle “Metamorfosi”, un lungo poema narrativo di Ovidio su personaggi e circostanze mitologici, leggendari e storici che subiscono una trasformazione. Il racconto di Pigmalione è uno dei più famosi dei quindici libri che compongono le “Metamorfosi”. L’azione è ambientata nell’antica Cipro, una nazione insulare nel Mediterraneo orientale a sud della Turchia.
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Sec. I d.C.
PUBLIO OVIDIO NASONE, Metamorfosi, X, 243-297
Avendole viste condurre una vita dissoluta, Pigmalione, disgustato dei vizi infiniti che natura ha dato alla donna, viveva celibe, senza sposarsi. A lungo rimase senza una compagna che dividesse il suo letto. Ma un giorno, con arte felice e meravigliosa, si mise a scolpire dell’avorio bianco come neve e gli dette forma di donna, così bella, che nessuna può nascere più bella. E concepì amore per la sua opera. L’aspetto è quello di una fanciulla vera, e diresti che è viva e che, se non fosse così timida, vorrebbe muoversi. Tanta è l’arte, che l’arte non si vede. Pigmalione è incantato, e in cuore gli si accende una fiamma per quel corpo finto. Spesso passa la mano sulla statua per sentire se è carne o invece avorio, e non si risolve a dire che è avorio. Le dà dei baci, e gli pare che gli siano resi, le parla e l’abbraccia, e ha la sensazione che le dita affondino nelle membra che tocca, e teme che la pressione non lasci un livido sugli arti. E, ora la vezzeggia, ora le offre doni graditi alle fanciulle: conchiglie e sassolini levigati, e uccellini e fiori di mille colori, e gigli e palle dipinte e ambra stillata dagli alberi delle Elìadi. E le addobba il corpo anche di vesti, le mette brillanti alle dita, le mette al collo lunghe collane; perle leggere pendono dagli orecchi, e nastri sul petto. Tutto le sta bene, ma nuda non è meno bella a vedersi. La adagia su tappeti tinti con conchiglia di Sidone, e la chiama sua compagna e le poggia il collo su morbidi cuscini, delicatamente, quasi sentisse. E viene il giorno della festa di Venere, festa grandissima in tutta Cipro. Già giovenche dalle corna arcuate fasciate d’oro sono cadute, colpite sul candido collo, e l’incenso fuma, quando Pigmalione, dopo aver reso il dovuto omaggio, si sofferma davanti all’altare e timidamente dice: “O dèi, se è vero che tutto potete concedere, io vorrei avere come moglie – (non osò dire ‘la fanciulla d’avorio’) – una simile alla fanciulla d’avorio”. L’aurea Venere, presente alla propria festa, coglie il senso di quella preghiera, e – segno che la divinità è propizia – una fiamma tre volte palpita e con la punta guizza su per l’aria. Tornato a casa, Pigmalione subito va a trovare la cara statua della fanciulla, e curvandosi sul letto la bacia. Gli pare di avvertire un tepore. Di nuovo accosta la bocca, e con le mani le palpa anche il seno. L’avorio palpato si ammorbidisce e perduta la durezza s’incava e cede sotto le dita, come la cera dell’Imetto al sole torna duttile e plasmata col pollice si piega ad assumere varie forme e più è trattata, più trattabile diventa. Stupito, felice mai incerto, timoroso d’ingannarsi, più e più volte l’innamorato tocca con la mano il suo sogno: è un corpo vero! Le vene pulsano sotto il pollice che le tasta. Allora il cipriota rivolge a Venere parole traboccanti di gioia per ringraziarla, e finalmente con le sue labbra comprime labbra che non sono più finte. E la vergine sente quei baci, e arrossisce, e levando timidamente gli occhi verso la luce, vede, assieme al cielo, colui che la ama. La dea assiste alle nozze, possibili per merito suo. E, quando per nove volte la falce della luna si è richiusa in un disco pieno, la sposa genera Pafo, dalla quale l’isola anche Pafo è detta.
Testo tratto da: Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, traduzione a cura di Bernardini Marzolla P., Einaudi, Torino 1994

Stefano Migliorati

L’immagine in cover è stata adattata, l’originale utilizzata si trova qui: www.culturalfemminile.com

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