Il problema gnoseologico della giusta opinione

Percezione e Conoscenza (terza parte)

 

Percezione e Conoscenza (terza parte)

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Il problema gnoseologico della giusta opinione

Abbiamo visto come la πίστις (pistis) [il grado di credenza] sia il carattere saliente che definisce in maniera pregnante la δοξα (doxa) [l’opinione]. Inoltre, l’analisi preliminare del Teeteto ci ha mostrato come l’aisthesis, la sensazione, non possa essere garante di quel sapere certo di se stesso che Platone definisce con il nome di επιστήμη (episteme).

Rimane tuttavia insoluta una problematica molto importante. L’opinione può essere sia falsa che vera. Il problema gnoseologico che qui si pone è: può la “giusta opinione “essere identificata con l’episteme?

Per rispondere a tale interrogativo è necessario analizzare in maniera più profonda il parallelismo onto-gnoseologico platonico.

Nel VI libro della Repubblica, Platone descrive un linea (che dobbiamo pensare come ascendente) nella quale collocare, ai diversi gradi ontologici, diversi gradi di conoscibilità.

Divisione tra enti sensibili ( Immagini / Oggetti "reali": Sensibilità, Opinione, Credenza) e ENTI INTELLIGIBILI (Enti matematici: Pensiero deduttivo / Le idee: Dialettica, Intuizione)

Gli enti sensibili, che si dividono in oggetti “reali” e immagini, ovvero ombre (skias) e riflessi (fantasmata), possono essere colti tramite i sensi e sono gli oggetti delle opinioni.

Gli enti intelligibili, che si dividono in enti matematici e idee, sono colti attraverso un atto puro del pensiero che prende nome di διανοία [dianoia] (pensiero discorsivo o deduttivo che si avvicina molto al nostro concetto di ratio) e dialettica, la capacità di saper dividere (sintesi) e unire (analisi) in maniera tale da poter rispecchiare attraverso il logos umano il Logos, la ragione immanente che sottostà ad ogni grado di manifestazione dell’ente.

Per quanto l’opinione possa essere ragionevole, ovvero con un grado di verosimiglianza molto elevato, tuttavia non può essere sapere certo. L’opinione è infatti vincolata dal suo status ontologico a trarre la sua origine dagli enti sensibili che, generati e sottoposti al divenire, non possono fornire quel sostrato di stabilità per poter ragione in maniera certa. Come afferma nel Timeo questo è il pedaggio che dobbiamo pagare per via della nostra costituzione corporea [Timeo, 51E1] di enti sensibili immersi in un mondo di enti sensibili.

Quando i dati grezzi dell’esperienza derivanti dalla percezione sensibile diventano oggetto di ragionamento, ovvero la mente ragiona intorno ad essi e nel fare questo li conosce (e ri-conosce) con un grado di credenza elevato tale da poter pronunciarsi su di essi, allora questo είδέναι (eidenai) [pensiero rappresentativo], fa dell’opinione, una opinione vera.

Questo tipo di doxa “non è affatto una guida peggiore dell’intelligenza per quel che concerne la correttezza delle azioni” [Menone, 97b7-9].

Se l’opinione verte sugli enti sensibili, allora è inevitabile che, anche nella sua forma più ragionevole, il suo oggetto proprio, a livello ontologico, è il molteplice.

Di molte cose posso dire, ad esempio, che siano belle o giuste. Ma come posso rendere conto del mio giudizio senza presupporre qualcosa che sussuma su di sé tale molteplicità e in questo sussumere, diventi normativo? Platone si domanda (e ci domanda): come posso asserire che una cosa sia giusta senza sapere cosa sia la Giustizia? Risulta evidente come l’opinione non possa appoggiarsi su se stessa; ne consegue che non può essere identificabile con l’episteme, il sapere certo.

Questa schematica analisi del rapporto tra percezione e conoscenza nella filosofia platonica ci ha introdotto in questa tematica molto complessa. Queste riflessioni sono il punto di appoggio dal quale procedere per analizzare il pensiero di un’altra scuola molto importante, che ha influenzato la storia della filosofia, lo Stoicismo.

Nicola Carboni

 

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