Perché anthropos kai antron? (parte prima)

Perché anthropos kai antron? (parte prima)

 

Perché anthropos kai antron? (parte prima)

«ίδέ γάρ άνθρώπους οίον έν καταγείω […] Ατοπον, έψη, λέγεις είκόνα καί δεσμώτας άτόπους.
“Ομοίους ήμίν» Rep, VII 514a 2-3; 515a4-5

Prova a vedere mentalmente degli uomini in una caverna […] Che strana questa immagine e che strani questi prigionieri.
“Eppure sono a noi somiglianti”

Antrophos kai antron, trae ispirazione dal celeberrimo Mito contenuto nel settimo libro de La Repubblica di Platone. La reazione di Glaucone, al quale viene chiesto di rappresentarsi degli uomini dentro una caverna, è di stupore per la stranezza dell’immagine di questi prigionieri. Socrate lo invita a riflettere sul fatto che quegli uomini sono simili a noi. Platone sta dunque parlando di una possibilità, di una condizione esistenziale che è propria dell’essere umano. È necessario chiederci chi siano questi prigionieri descritti nel mito e cosa sia la “caverna”.

Immaginare tale situazione produce, nell’interlocutore del dialogo, una sorta di spaesamento; strana è infatti definita l’immagine che con la mente ha creato e strani sono gli uomini nella caverna imprigionati. Α-τοπος è ciò che non ha luogo in quanto fuori luogo, non collocabile entro un ordine e pertanto elemento di disturbo. È lo strano che produce lo spaesamento.

All’α-τοπος si oppone il Τοπος ciò che invece ha un luogo preciso e determinato che diventa comune. Topoi sono, ad esempio, nella retorica classica quegli schemi di ragionamento precostituiti per essere utilizzati nel corso di un confronto dialettico. È ciò che siamo certi di trovare quando si cerca qualcosa e per via di questa certezza diventa ciò che è pre-supposto.
È l’ambito di ciò che è familiare, il luogo nel quale ci sentiamo a casa.

Per contro l’ α-τοπος è ciò che Freud definiva “perturbante” l’Unheimlicht  ciò che si oppone all’Heimlich (confortevole, che ci fa sentire a casa, Heim) e all’Heimisch (patrio, nativo).

Il Τοπος è quindi ciò che è noto, ciò da cui non dobbiamo aspettarci nulla di strano, ciò che è stabile e per via della sua stabilità, fungere da luogo dove gettare le proprie radici per sentirsi tranquillamente a casa. È il presupposto che non è necessario indagare in quanto già-dato nella dimensione della sua regolarità ed ovvietà.
L’ovvio è ciò la cui evidenza è immediata, che non presenta caratteri di eccezionalità in quanto regolare, pre-vedibile, scontato. È il luogo, l’in-ciò in cui ci si muove in modo naturale e dove ci si sente al proprio agio in quanto familiare. È ciò che sta nei pressi, che si incontra facilmente, che è  vicino e per via della vicinanza colto in maniera inconsapevole e pre-riflessiva.
È l’ordinario nella dimensione di ordinarietà e quotidianità laddove si manifesta come un “già-dato” in quanto semplice presenza che ad altro non rimanda se non alla sua realtà fattuale e autoreferenziale. È l’irrigidirsi in un indifferenziato e tautologico così è perché così”.
Nella dimensione dell’ovvio il pensiero si pietrifica tramutando se stesso da ricerca di conoscenza in ripetizione dell’irriflesso già-dato e pre-supposto.
In tale condizione, come possibilità esistenziale, sembra ammonire Platone, ogni essere umano può essere imprigionato. I prigionieri non solamente sono simili a noi, ma siamo noi allorquando all’ovvietà ci leghiamo come unica guida.

Genuino è quell’atteggiamento filosofico che pone a tema della sua indagine, sia analiticamente che criticamente, l’ovvio nel quale, in virtù del suo essere pre-supposto, non può esservi una vera ricerca, ma una semplice enumerazione dei dati nella dimensione della loro pre-datità.
All’ovvietà pertanto si oppone la ricerca stessa, ciò che spinge verso il gran mare dell’ignoto per seguire e inseguire, come l’Ulisse dantesco, virtute e canoscenza. Alla facile immediatezza dell’ovvio si oppone lo Streben, lo sforzo, la fatica che la conoscenza necessariamente implica a partire, come suggerisce Cartesio ne Le Meditazione Metafisiche, da quella eversione che butta all’aria i fondamenti del già-dato che dell’ovvio sono lo pseudo-solido terreno su cui radicare le altrettanto pseudo-solide certezze che offrono, come pegno per loro accettazione irriflessa, la tranquillità di un τοπος nel quale avere una connotazione determinata e precisa dove “sentirsi a casa”.

L’α- τοπος, per contro, in virtù del suo mettere sotto-sopra, è ciò che stilla il dubbio, che crea fratture nell’ordinarietà, che toglie il terreno, il Grund, da sotto i piedi, trasformandolo in Ab-Grund, Abisso.
Il dubbio è ciò che de-stabilizza, è τραυμα, la ferita dovuta al perforamento dello strato dell’ovvietà, è l’irruzione dello stra-ordinario nell’ordinario, che trasforma l’Heimlich in UnHeimlich giacché l’ Heimlich è tale proprio in quanto condizione pre-dubitativa.
Paradigmatico è il Kafkiano Gregor Samsa che, una mattina come qualsiasi altra nella sua esistenza ordinaria, si sveglia trasformato in un enorme insetto immondo. L’irruzione dello stra-ordinario nella quotidianità del protagonista de Le metamorfosi trasforma lo stesso in mostrum, un prodigio, un monere che avverte annunciando attraverso il suo manifestarsi che le cose non sono “così perché così” introducendo un carattere di difformità che proprio in quanto difforme cattura l’attenzione. È ciò che vìola le aspettative, quello che ci si aspetta di trovare normalmente, per quotidiana abitudine. È il disturbante sia nella misura della sua presenza (qualcosa che c’è e non dovrebbe esserci) che della sua assenza (qualcosa che non c’è ma dovrebbe esserci). È l’a-tipico che non può essere collocato nelle categorie con le quali si è soliti segmentare il reale e, in quanto non collocabile, diventa sfuggente, non solidificabile, non catturabile, non imprigionabile entro i dettami dell’ovvio, quindi senza un luogo, fuori-luogo, α-τοπος.
Nella dimensione di un generico esser-fuori, extra, l’α-τοπος si contrappone a ciò che massimamente ha luogo, la generica dimensione della Heim, la casa, dove, almeno teoricamente, tutte le cose stanno al loro posto, e ci si aggira con sicurezza poiché lo sforzo del cercare è soppiantato dalla tranquillità del già-dato.

Nicola Carboni

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