un uomo fronteggia un cervello immenso a rappresentare l'interrogarsi sulla propria identità

The logical song

 

The logical song

Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un gioco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì. Sì, per il gioco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Nel 1979 fu chiesto a Paul McCartney quale fosse la sua canzone preferita dell’anno; senza esitare rispose “The Logical Song” dei Supertramp.
Composta da Roger Hodgson come prima traccia dell’album Breakfast in America segna il passaggio della band da uno stile progressive rock a un pop rock vicino a sonorità tipiche dei Beatles.

Il testo racconta e ragiona intorno al passaggio dalla magia e dall’innocenza dell’infanzia alle disillusioni dell’età adulta. When i was young, it seemed that life was so wonderful/ A miracle, Oh it was beautiful, magical [Quando ero giovane, sembrava che la vita fosse così bella, un miracolo, oh era bellissimo, magico]. La gioia e la semplicità sono simboleggiate, nella seconda strofa, dagli uccelli che cinguettano sugli alberi so happily/ oh joyfully, oh playfully watching me [così pieni di gioia, oh allegramente, oh giocosamente guardandomi].
Però il mondo del bambino vola via e l’età trascina nel mondo adulto rompendo l’incantesimo, But then they send me away to teach me to be sensible, logical, oh responsable, pratical [Poi mi hanno mandato via per insegnarmi come esser saggio, logico, oh responsabile, pratico] in un mondo dove bisogna essere dependable, oh clinical, oh intellectual, cynical [affidabile, oh distaccato, oh intellettuale, cinico].
La contrapposizione fra la leggerezza del canto degli uccelli e il pensiero umano era già stata sottolineata in una strofa meravigliosa di Stairway to Heaven dei Led Zeppelin “In a tree by the brook/ There a singbird who sings/ Sometimes all of our thoughts/ are misgiven [In un albero vicino al ruscello/ c’è un uccello che canta. Certe volte i nostri pensieri/ ci mettono dubbi].
Questi dubbi, quando il silenzio della notte prende il posto degli impegni e del caos della vita sociale e mondana, e i pensieri scendono in profondità, forse troppo in profondità “The question run too deep“, allora può sgorgare il dubbio più assoluto e atroce: chi sono?
Won’t you please/ Please tell me what’ve learned/ I know it sound absurd/ Please tell me who I am” [Non vuoi  dirmi cosa abbiamo imparato, per favore/ E so che può sembrare assurdo/ Ma ti prego, dimmi chi sono io”.

Il dubbio, questo incredibile strumento di conoscenza – giacché non vi può essere conoscenza senza dubbi e senza meravigliarsi di quanto il mondo possa essere complesso – quale “tragedia esistenziale” reca con sé?

Nietzsche parla dello spirito di gravità che zavorra l’uomo contemporaneo con la sua scienza, con la sua sete di dominio sulle cose e sull’uomo stesso. Gettato nel mondo, variabile inerme in un indifferente processo di divenire universale di creazione-trasformazione-distruzione, per superare questo spirito di gravità, per superare se stesso, per essere un Übermensh, oltre-uomo in senso ontologico-esistenziale [la traduzione Super-uomo dando a esso un carattere biologico-evolutivo è una aberrazione filosofica], deve recuperare la leggerezza (come atteggiamento esistenziale e atto antropologico) del fanciullo facendo della scienza, una Gaia scienza. É il sacro dire di sì alla vita che si esprime nel ridere (come affermazione della vita e, nella vita, anche la sofferenza), nel danzare (come affermazione del divenire e, nel divenire, l’essere), nel giocare (come affermazione del caso e della sua necessità, l’amor fati). É la consapevolezza, data da un ironico distacco, che in fondo, lo stesso divenire è esso stesso un gioco.

Nel considerare il mondo un gioco, al di là del bene e del male, forza dionisiaca plasmatrice del mondo stesso, Nietzsche si ricollega a Eraclito Αίών παις έστι παιζων, πεσσευων παιδός ή βασιληίη [Fr. 52 Il tempo è il gioco di un fanciullo che muove le pedine: il regno è di un fanciullo] e alla filosofia indiana dei Veda nel concetto di Lila, il “gioco divino” inteso come la spontanea venuta a essere dell’universo fisico (e quindi anche della sua distruzione).

Per lo psicoanalista e pediatra Donald Winnicott il gioco è una esperienza creativa e la capacità di giocare consente di esprimere il potenziale della personalità, grazie alla sospensione del giudizio di verità sul mondo.
Durante il gioco vengono meno le regole della logica (principio di identità, principio di non contraddizione e principio del terzo escluso) che determinano l’uso della ragione e, proprio per questo, diventa una forza liberatrice per la “creazione e distruzione” di varie realtà.

 

Scrive il filosofo Eugen Fink in Il gioco come simbolo del mondo

«Il gioco è parafrasi illusoria dell’autorealizzazione umana. Il gioco in sé non decide nulla, ma copia in vario modo il compimento della vita, dove in ogni attimo decide in un senso o nell’altro…In ogni caso nell’imitazione ludica non può essere disconosciuto il carattere di una ristrutturazione creativa, di una variazione fantasiosa sul tema della vita seria. Fa balenare possibilità che noi non conosciamo nella cornice della nostra vita seria.».

Cosa resta per un uomo perso nella spasmodica ricerca di un significato verso ciò il cui significato travalica le possibilità umane, se non guardare con nostalgia ad un passato vagheggiato e irrecuperabile e porsi la più abissale delle domande: chi sono?

Nicola Carboni

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