Quando quel 23 maggio 1498 fu impiccato e arso a Firenze il SAVONAROLA, noto come riformatore, predicatore, eretico, profeta, martire…

Quando quel 23 maggio 1498 fu impiccato e arso a Firenze il SAVONAROLA, noto come riformatore, predicatore, eretico, profeta, martire…

 

Quando quel 23 maggio 1498 fu impiccato e arso a Firenze il SAVONAROLA, noto come riformatore, predicatore, eretico, profeta, martire…

A seguito di settimane di prigionia, tortura e confessioni contraffatte, Girolamo Savonarola (1452-1498), potente predicatore domenicano e riformatore della chiesa cattolica, fu condannato a morte per eresia e scisma. Il 23 maggio 1498 il Savonarola, insieme a due suoi compagni, venne impiccato e arso sul rogo nella centrale Piazza della Signoria fuori Palazzo Vecchio a Firenze. L’ultimo atto del Savonarola prima della sua morte fu di chinare il capo in accettazione dell’indulgenza plenaria concessagli dal papa. Le sue ultime parole furono quelle del credo. La mattina di quel 23 maggio 1498 i tre frati furono condotti fuori nella piazza principale dove, davanti a un tribunale di alti chierici e funzionari del governo, dove furono condannati come eretici e scismatici a morire immediatamente. Spogliati delle loro vesti domenicane nella degradazione rituale, salirono sul patibolo con le loro sottili camicie bianche. Ciascuno su una forca separata, furono impiccati, mentre sotto di loro venivano accesi fuochi per consumare i loro corpi. Per impedire a chiunque di raccogliere le sue reliquie e ai seguaci devoti di cercarle, le loro ceneri furono portate via e disperse nel fiume Arno.

Da allora, la storia ha tentato a lungo di seppellire l’eredità del Savonarola, proprio come hanno fatto i suoi carnefici; è stato a lungo considerato un eretico che ha spaventato Firenze dal progresso rinascimentale. Nonostante ciò, due dei suoi maggiori biografi, Josef Schnitzer (“Savonarola”) e Roberto Ridolfi (“La vita di Girolamo Savonarola”), hanno persino previsto la sua eventuale canonizzazione come santo, pur non essendo ancora avvenuta. Morì figlio fedele della Chiesa, dando la vita per la Sposa di Cristo, e non rinunciando mai alla parola di Dio, anche quando gli costò la vita. Sebbene le sue ceneri siano state disperse, la sua eredità è sopravvissuta. Savonarola fu un feroce critico della corruzione ecclesiastica, e questo è forse l’aspetto più contestato della sua eredità per coloro che si proponevano di canonizzarlo. Sfidò il papa, allineando Firenze al re di Francia, Carlo, piuttosto che alla “Santa Alleanza” delle città-stato italiane sostenute da Alessandro. Verso la fine, Savonarola convocò un consiglio ecclesiastico che deponesse Alessandro.

Forse non si sono mai poste domande serie sulla dottrina di Savonarola: la sua opera teologica principale, “Il trionfo della croce”, è ampiamente considerata ortodossa. Nel 1558 papa Paolo IV – che aveva prestato servizio alla corte di papa Alessandro VI – disse che Savonarola non era un eretico. La questione per gli esaminatori oggi non è dottrinale, ma disciplinare: se Savonarola abbia sfidato in modo inammissibile l’autorità del papa. Domenicani e Gesuiti sono ancora in lotta negli ultimi vent’anni sulla santità dell’uomo. Sebbene, la visione dei gesuiti sia stata in gran parte attribuita a dicerie contemporanee e non a uno studio critico delle sue opere.

L’immagine in cover è stata modificata, l’originale utilizzata si trova qui: soul-candy.info 

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