Pratiche di integrazione mente-corpo: mindfulness, la meditazione vipassana

Pratiche di integrazione mente-corpo: mindfulness, la meditazione vipassana – Parte 5°

Condividi
Share on FacebookShare on LinkedInTweet about this on TwitterPin on Pinterest
 

Pratiche di integrazione mente-corpo: mindfulness, la meditazione vipassana – Parte V

Quando ci si sente agitati, arrabbiati, impauriti, c’è sempre qualcuno che consiglia di fare un lungo respiro, di respirare profondamente. La respirazione è il primo espediente efficace per riappropriarsi del proprio corpo, per ritrovare se stessi, e sta alla base di quasi tutte le pratiche di rilassamento psicofisico, mentale o spirituale che sia. In questa sezione, quindi, si parlerà non a caso di meditazione vipassana o Mindfulness (meditazione consapevole). In generale, la meditazione la si può intendere come processo di autoconsapevolezza, di rinforzo della percezione dell’identità psicosomatica e come educazione alla coscienza globale di sé. Ma al di là di cosa sia e di come la si pratichi, la mindfulness è un processo critico-dialettico di ri-sintonizzazione emotiva, senza scopo preciso, senza obiettivi prefissati, ma che ottiene il sicuro risultato di benessere psicofisico (Anapeta, 1992).

Per parte sua, Spagnulo (2013), formatosi come psichiatra e psicoterapeuta, afferma che il senso profondo della mindfulness è quello di saper accogliere l’esperienza qualunque essa sia nel momento presente, non rifiutarla, semmai andarle incontro. Osservare esperito e vissuto senza pregiudizio alcuno, senza preconcetti, senza lo scopo di modificare e risolvere alcunché.

La mindfulness è uno stato mentale o meglio attentional control che, secondo Teasdale e coll. (1995), si caratterizza come modalità dell’essere non orientata a scopi, e che permette agli esseri umani semplicemente di essere come si è e di percepire il presente così come lo si sta vivendo, e, a differenza di tutte le altre pratiche di rilassamento che dopo la fase della visualizzazione e immaginazione spingono alla verbalizzazione, va intesa come stato mentale non concettuale e nemmeno discorsivo-dialogico. Essa vuole aprire degli insight di comprensione profonda in quanto paying attention in a particular way: on purpose, in the present moment, and nonjudgmentally, come suggerisce l’autore dei protocolli originari sulla mindfulness ad uso clinico Kabat-Zinn (1999).

La mindfulness è sostanzialmente costituita da due componenti quali l’autoregolazione dell’attenzione (come atto d’amore verso se stessi) e l’adozione di un orientamento particolare (con lo sguardo del fanciullo interiore o visione penetrativa) verso la specifica esperienza del qui e ora (Kabat-Zinn, 2003).

L’autoconsapevolezza delle proprie emozioni diventa l’elemento essenziale a costruire lo slancio liberatorio dagli stati d’animo negativi. Per Kabat-Zinn, l’autoconsapevolezza indica una continua attenzione distaccata, riflessiva e introspettiva verso i propri stati interiori. È una modalità neurale della mente che sostiene e supporta l’introspezione anche in mezzo a emozioni turbolente. Meditazione e attenzione diventano così il mezzo pratico e specifico, oltre e senza la parola, per concretizzare il loro stesso fondamento: l’attenzione non giudicante e conseguentemente rilassante verso il momento presente (Bishop et al. 2004).

La meditazione mindful non è un’azione a compiere, bensì uno stato dell’essere, una condizione in cui ci si ritrova: è totale assenza di sforzo, è “attenzione nuda”. E la prima, fondamentale pratica della meditazione vipassana è osservare il proprio respiro, concentrare l’attenzione sulle diverse parti del corpo che respirano, è soprattutto mantenere la consapevolezza delle sensazioni che accompagnano il respiro nelle differenti parti del corpo coinvolte (Amadei, 2013).

Il respiro è ciò che collega l’essere alla vita, lo immette nel flusso vitale facendo da ponte tra mente e corpo. Il respiro si respira da solo ed è ciò che radica l’essere nel qui e ora. I processi mindfulness inducono e includono l’accettazione incondizionata, la disidentificazione completa coi e dei pensieri, il contatto e l’immersione nel tempo presente come scarico emozionale, e infine, il senso trascendente di se stessi.

Secondo Kabat-Zinn i pensieri sono solamente pensieri e non rappresentano la realtà (notevole presa di distanza dall’esistenzialismo fenomenologico e congruente svalutazione del ruolo della narrazione-verbalizzazione). Resta ovvio che un counseling che preveda diversi incontri col cliente non può basarsi esclusivamente sulla meditazione e sul respiro, ma se ne può benissimo servire al momento opportuno.

Ciò che è importante sottolineare qui è che la disidentificazione e il distanziamento dal pensiero razionale porta a riconoscere il proprio essere transeunte e non coincidente con un unico Sé. Gli autori qui citati parlano di ‘decentramento’ del e dal pensiero, da non confondersi assolutamente con la ristrutturazione cognitiva perché quest’ultima si prefigge di modificare emozioni, convinzioni e pensieri.

Gli esercizi centrali della pratica mindfulness sono la respirazione mindful, il body scanning (ricognizione corporea), la meditazione camminata, la meditazione seduta. Essi forniscono un allenamento sistematico non solo alla meditazione consapevole, ma portano anche all’autocontrollo, riducono il livello di stress e guidano alla gestione delle emozioni. L’esercitante deve arrivare a non giudicare ciò che gli passa per la mente e che ha vissuto, ma semplicemente osservare quanto accade dentro di sé assumendolo come fenomeno transitorio; in ciò deve riuscire a far emergere la modalità attiva della meditazione consapevole, definibile come pratica di compassione-comprensione verso se stessi per accogliere e accettare il proprio Sé in modo gentile, amorevole e incondizionato (metta).

In generale, si può dunque affermare che, se introdotta nel counseling, la meditazione può rappresentare uno strumento per rafforzare, espandere e far crescere l’empatia verso gli altri, quel senso di compassione e di gentile amorevolezza che porta concreti benefici sulla salute e sul benessere. La meditazione di metta, ad esempio, aiuta a regolare e controllare le emozioni distruttive come la rabbia perché, in base al principio dell’inibizione reciproca, non vi può essere rabbia e amore nello stesso tempo. Allenare a concentrarsi sulle reazioni del corpo ai pensieri cattivi e devastanti, aiuta a comprendere che essi sono solo rappresentazioni, aiuta ad essere consapevoli del momento presente e a non focalizzarsi, esclusivamente, sullo scopo di combatterli, per altro spesso inutilmente; significa tener sotto controllo l’istinto di reprimere, risolvere, aggiustare o voler eliminare il dolore psicofisico che si vive nel sistema mente-corpo.

In conclusione, non si dovrebbe mai separare l’emozione dall’intelletto, né ‘tentare di separare la mente esterna da quella interna’ così come il corpo dalla mente. Però la persona che si sente sradicata dalla realtà e dal piacere di vivere la propria dimensione fisica dovrebbe essere aiutata a non vivere di testa e con la testa, a non vivere di pensiero e col pensiero, almeno non solo. Rispetto agli obiettivi del counseling, la meditazione insegna di fatti a chetare il desiderio costante di risolvere i problemi e a evitare di rimuginare i pensieri dentro ai pensieri stessi, e grazie al rilassamento psicofisico l’esercitante può osservare la negatività dentro sé lasciandola scivolare via così come è arrivata (fase dell’esplorazione delle difficoltà).

Alessandro Bigarelli

 

BIBLIOGRAFIA

    • Amadei, G. (2013). Mindfulness – come essere consapevoli. Bologna: Il Mulino.
    • Anapeta, I. (1992). La politica del super-io. Fondamenti di psicopatologia strutturale e dialettica. Roma: Armando.
    • Bihop, R., Lau, M., Shapiro, S., Carlson, L., Anderson, N.D. and Carmody, J. (2004). Mindfulness: a proposed operational definition. Clinical Psychology, Science and Practice, 11. Pp. 230-241.
    • Kabat-Zinn, J. (1999). Dovunque tu vada, ci sei già. Milano: TEA (1994); (2003). Mindfulness-based Interventions in Context: Past, present and Future. Clinical Psychology, Science and Practice, 10, pp. 144-156.
    • Spagnulo, P. (2013). Mindfulness. Guida pratica alla meditazione della salute. Salerno: Ecomind.
    • Teasdale, J.D., Segal, Z.V., Williams, J.M.: (1995). How does cognitive therapy prevent depressive relapse and why should attentional control (mindfulness) training help? Behaviour Research and Therapy, 33, pp. 25-39.
Condividi
Share on FacebookShare on LinkedInTweet about this on TwitterPin on Pinterest

0 comments on “Pratiche di integrazione mente-corpo: mindfulness, la meditazione vipassana – Parte 5°Add yours →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *