L'onda - riflessioni sulla natura umana (prima parte) di Nicola Carboni

L’onda – riflessioni sulla natura umana (prima parte)

 

L’onda – riflessioni sulla natura umana (prima parte)

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Le azioni erano mostruose,
ma chi le fece era pressoché normale,
né demoniaco né mostruoso
Arendt, La banalità del male

Pensate che una dittatura in Germania non sarebbe più possibile? Questa è la sconvolgente domanda che il professor Rainer Wagner rivolge ai suoi studenti dalla quale prende vita l’esperimento sociale per mezzo del quale dimostrare quanto sia facile la nascita di strutture di modelli autoritari. L’OndaDie Welle – film diretto da Dennis Gensel del 2008 racconta l’evolversi di tale esperimento in un climax di maggiore coinvolgimento: la scelta di un leader (Reiner stesso), l’imposizione di regole sempre più coercitive, la scelta del nome del gruppo (L’Onda), del vestiario (una sorta di uniforme per rendere uguali tutti i membri distinguendoli dai non appartenenti al movimento), l’invenzione di un saluto di tipo quasi militare. Ben presto però il progetto sfugge di mano al suo stesso ideatore: l’Onda, il movimento creato finisce per sommergere i suoi creatori rendendo più labile i confini fra esperimento e realtà.

La risposta alla domanda iniziale è: l’instaurazione di una dittatura non solo è possibile, ma molto facile da attuarsi.

Lo psicologo Irving Janis ha segnalato i rischi del gruppo-pensiero quando l’orgoglio di appartenenza e un’eccessiva fiducia nelle ragioni del proprio gruppo generano sentimenti di onnipotenza e invulnerabilità che producono una sorta di ottundimento del senso critico. Il gruppo-pensiero è caratterizzato da: sovrastima del potere e dell’invincibilità del gruppo, assoluta convinzione della giustezza della propria causa, chiusura mentale verso ciò che è fuori dal gruppo, stereotipizzazione di coloro che sono percepiti come avversari, pressione verso l’uniformità con conseguente autocensura del dissenso, pressioni nei confronti di chi pone dubbi, connotare la critica come un atteggiamento sleale verso il gruppo, esigenza di “guardiani” verso l’ortodossia del credo del gruppo.

La creazione di una identità forte attraverso una ideologia, se da un lato aiuta a cementare il senso di appartenenza, solidarietà, amicizia tra i membri, dall’altro segna un confine netto con gli Altri, visti come nemici. Il giurista tedesco Carl Schmitt indica nella dialettica amico/nemico l’atto fondamentale della politica, una creazione di identità per mezzo della differenziazione, così come ampiamente dimostrato dagli esperimenti di Muzafar Sherif nel campeggio di boy-scout nel Robber’s Cave State Park di Oklahoma.

Non esiste strategia di potere migliore per governare e controllare un popolo che indurre in esso delle divisioni interne creando fazioni tra loro avversarie: divide et impera.

La creazione di un gruppo inoltre va a “toccare” una corda motivazione molto importante, il bisogno di appartenenza. Nella piramide dei bisogni, Abraham Maslow, colloca il bisogno di appartenenza al terzo posto dopo quelli fisiologici e di sicurezza, definiti di carenza, ovvero quei bisogni fondamentali per l’essere umano che perdurano durante tutto l’arco della sua vita.

Il grado di coinvolgimento dell’esperimento sociale descritto nel film, tale da far perdere la cornice di significato dell’esperimento stesso per farlo tracimare nella realtà, ricorda da vicino le conseguenze del celebre esperimento della prigione di Zimbardo. «Una crescente confusione tra realtà e illusione, tra il gioco di ruolo e la propria identità […] La prigione che avevamo creato …ci assorbiva come creature di una propria realtà», commentò lo psicologo.

La domanda di ricerca verteva su come i ruoli sociali possano influenzare la personalità e il comportamento. Zimbardo creò, nel seminterrato dell’edificio di Psicologia dell’Università di Stanford in California, una prigione con celle per reclusi, una cella di isolamento, uno spazio comune e un locale per le guardie. Per l’esperimento vennero reclutati 24 studenti (senza problematiche psicologiche, disabilità fisiche e esperienze di carcerazione), 18 volontari e 6 soggetti selezionati dopo inserzione sui giornali locali. Il ruolo di detenuto o carceriere sarebbe stato assegnato casualmente dal lancio di una moneta. il 14 agosto 1971, giorno di inizio dell’esperimento, furono messi in scena dei veri e propri arresti per coloro a cui fu assegnato il ruolo di detenuto. Una volta trasportati in prigione furono perquisiti, spogliati dei loro averi, disinfettati e infine fu loro assegnata una uniforme con il numero identificativo con il quale sarebbero stati chiamati per la durata dell’esperimento. Alle guardie fu assegnata una divisa, un fischietto, uno sfollagente e occhiali a specchio. L’esperimento durò solo 6 giorni contro i 15 previsti per l’escalation degli abusi perpetrati dalle guardie nei confronti dei prigionieri. Zimbardo stesso confessò che aveva smesso di percepire i soggetti dell’esperimento come ragazzi ma solo come guardie e carcerati.

Fu sconvolgente osservare quanto, una determinata situazione, potesse rendere il male qualcosa di così normale o, come disse Hannah Arendt, ragionando intorno al processo di Adolf Eichmann, così banale. Sarebbe stato molto più comodo e meno temibile pensare che l’ex gerarca nazista fosse stato un mostro, totalmente inumano. La Arendt sottolineò infatti come spaventoso il fatto che Eichmann fosse tutto tranne che anormale, “chiunque poteva essere Eichmann”. Era un uomo privo di idee, senza consapevolezza di quello che stava accadendo, totalmente calato nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, non discutere gli ordini impartiti.

Nicola Carboni

 

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